Se vuoi fare subito una buona impressione su chi entra nel tuo ufficio, se vuoi mostrarti simpatico, aperto, collaborativo, alzati quando qualcuno entra per parlare con te e siediti accanto a lui.
L’altro apprezzerà il tuo “andargli incontro”. Lo fece anche il presidente americano Reagan in occasione del suo primo incontro con il leader sovietico Gorbaciov. I due erano a Ginevra, nel novembre 1985; erano seduti l’uno di fronte all’altro, e dopo ore di colloqui infruttuosi non riuscivano a trovare punti d’intesa. Allora Reagan, ex attore, si ricordò del linguaggio non verbale appreso a Hollywood. Si alzò, si portò dalla parte del tavolo di Gorby, gli tese la mano e, con un bel sorriso, gli disse: «Rifacciamo tutto da capo. Io sono Ronald; posso chiamarti Mikhail?»
Sulle prime Mikhail restò sconcertato; poi si sciolse in un sorriso, strinse la mano del suo interlocutore e rispose: «Certo, volentieri». A quel punto Reagan si sedette accanto al sovietico, e il giorno dopo firmarono il loro primo accordo per la riduzione degli armamenti nucleari.
Allora è sempre sbagliato stare l’uno da una parte del tavolo, e l’altro dall’altra? Per nulla. Ci sono casi in cui è opportuno tenere o sottolineare le distanze; e cosa, più di una scrivania, ci serve allo scopo? Se vogliamo mettere il nostro interlocutore a disagio, o comunque farlo sentire inferiore, non c’è come farlo sedere dall’altra parte del tavolo su una sedia più bassa della tua, così si sentirà svantaggiato rispetto a te, e senza braccioli. Se la sedia è scomoda, meglio; e se è un pouf di quelli che sprofondi dentro, è il massimo. Quel poveretto avvertirà un senso di disagio, non riuscirà a stare dritto, sembrerà più imbranato di quello che è, e l’effetto Fantozzi sarà assicurato.