E tutti, ma proprio tutti, basano gran parte del giudizio sulla prima impressione: cioè sulla sensazione epidermica, immediata, che suscitiamo in loro.
I primi 90 secondi di un colloquio sono quelli che ne determinano l’esito. Perché è in questo breve spazio che l’altro elabora un giudizio sul nostro conto. Sarà affrettato, superficiale, sbrigativo; ma è quello che segnerà il nostro rapporto con lui.
Non c’è da meravigliarsi: infatti il nostro impatto comunicativo è determinato per il 55% dal linguaggio non verbale, cioè del corpo; per il 38% dal linguaggio paraverbale, cioè dal modo in cui pronuncio le parole; e solo per il 7% dal linguaggio verbale, cioè dalle parole che utilizzo.
Esempio: se dico al mio principale “Sono felice di lavorare con lei”, ma lo dico con un tono tale che sottende tutt’altro – seccato, o sarcastico, o annoiato – naturalmente lui non ci crederà. E se, perdipiù, glielo dico con lo sguardo basso e corrucciato, la bocca piegata ingiù in un’espressione di disgusto, le braccia conserte e i pugni stretti, lui non potrà che sentirsi preso in giro. E avrà ragione, perché non sono stato congruente: cioè non ho lanciato lo stesso messaggio con le parole e con il corpo. Ho badato al contenuto, trascurando la forma: ma abbiamo visto che quanto dico è meno importante di come lo dico.
Per fare buona impressione è dunque indispensabile adottare gesti di apertura, che denotano disponibilità verso l’altro. Ricorda: le posizioni di chiusura corporea denotano chiusura psicologica o timore, mentre quelle di apertura corporea indicano apertura psicologica, cordialità, sicurezza. Insomma, chi ti accoglie con braccia e gambe incrociate non è ben disposto nei tuoi confronti come chi ti accoglie a braccia aperte (in senso sia fisico che metaforico). Va però tenuto presente che tutti i gesti vanno valutati nel loro contesto. Forse il principale che ti ha accolto a braccia conserte non intendeva manifestare ostilità nei tuoi confronti, batteva i denti dal freddo e stava cercando di riscaldarsi.