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i libri di
Anthony Robbins:
per cambiare il corso del tuo destino! |
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viverealmeglio.net
CRESCITA
PERSONALE |
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viverealmeglio.net
CRESCITA
PERSONALE |
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I
best-sellers di
Robert T. Kiyosaki:
Padre ricco, padre povero:
Quello che i
ricchi insegnano ai figli sul
denaro.
I
quadranti del Cash-flow:
Guida per la
libertà finanziaria.
Guida agli Investimenti: Novità
Questo libro rivela: le
principali regole di
investimento del "padre ricco";
come ridurre il rischio
d'investimento; i 10 controlli
dell'investitore del "padre
ricco";
come convertire il reddito da
lavoro in reddito da
investimento e reddito da
portafoglio; come diventare un
investitore massimo;
come trasformare le idee in
affari multimilionari! |
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I
best-sellers di
Napoleon Hill:
Con la sua filosofia AMP (Atteggiamento Mentale Positivo),
Napoleon Hill ha aiutato milioni di persone a realizzarsi nella vita. E' possibile applicare i suoi principi in ogni occasione della vita quotidiana, nel lavoro come nelle relazioni interpersonali.
E' riconosciuto come il capostipite degli autori motivazionali. |
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Problemi,
problemi,
problemi! Ne
siamo assediati,
ci piombano in
testa ogni
giorno. Ne
faresti
volentieri a
meno. Ma visto
che non è
possibile,
impara ad
affrontarli nel
modo migliore:
trasformandoli
in occasioni di
crescita
personale.
La stessa
etimologia greca
della parola,
proballein,
che significa
“gettare oltre”,
lascia intuire
il reale
significato dei
problemi:
qualcosa che ci
fa andare oltre
i nostri limiti,
che ci aiuta a
gettare il cuore
oltre
l’ostacolo, ad
allargare la
nostra zona di
agio.
Allarga la tua
zona di agio –
Ciascuno di noi
si sente a suo
agio a fare
certe cose,
mentre altre lo
mettono a
disagio. Forse
ti senti a tuo
agio a cantare,
o a ballare,
mentre parlare
in pubblico ti
crea grossi
problemi. Per
altri è il
contrario.
Ebbene, cantare
e ballare sono
dentro la tua
zona di agio:
uno spazio
immaginario
all’interno del
quale ti senti
sicuro, a tuo
agio. Superando
il problema,
cioè imparando a
parlare di
fronte alla
gente, avrai
ampliato la tua
zona di agio.
Per questo i
problemi ci
fanno
migliorare:
perché espandono
le nostre
capacità. Perché
sono sfide che
dobbiamo
vincere.
Affronta le
sfide – Ecco
cosa sono i
problemi: sfide.
L’uomo medio ama
le sfide. I
problemi, no;
sono una brutta
gatta da pelare.
Ma la sfida è
qualcosa di
eccitante, di
stimolante. Ecco
perché ti
consiglio di
chiamare sfide i
tuoi problemi.
Stai pensando:
ma cosa cambia,
è solo una
questione di
parole! Eh no,
ti devo
correggere. Le
parole sono
pietre. Sono il
modo con cui
etichettiamo la
realtà; e
attaccarle
un’etichetta
piuttosto che
un’altra può
cambiare tutto.
Lo sanno bene i
maghi del
marketing:
chiamare una
bambola Barbie o
Genoveffa non è
la stessa cosa.
Trova le domande
potenzianti –
Quando hai un
problema –
pardon, una
sfida – non
passare tutto il
tempo a
rimuginarci su,
a imprecare
contro il
destino, a
metterti in
croce. Cerca
invece la
soluzione.
Dovresti usare:
- il 20% del
tempo per
analizzare il
problema;
- l’80% per
trovare la
soluzione.
Di solito
facciamo il
contrario. Anzi,
di peggio.
Passiamo l’80%
del tempo non a
esaminare il
problema, ma a
piangerci su. E
ci poniamo
domande come
“Perché è
capitato proprio
a me?”, “Perché
sono così
sfortunato?”.
Oppure ci
colpevolizziamo:
“Come ho fatto
ad essere così
cretino?” A
domande
demotivanti
corrispondono
risposte
altrettanto
distruttive:
“Perché sei un
idiota”, “Perché
sei sfortunato”,
“Perché tutti ti
sono nemici”.
Risposte che ti
fanno cadere le
braccia, per non
dire altro; che
fanno apparire
il problema una
montagna
altissima,
insormontabile.
Prova, invece, a
formulare altre
domande:
- Cosa c’è di
buono in questa
sfida?
- Cosa posso
imparare?
- Come posso
vincerla?
Ponendoti le
domande giuste
troverai le
risposte giuste.
Lo dice anche la
Bibbia:
chiedete, e vi
sarà dato.
Chiedi le
domande giuste,
e ti sarà data
la risposta
giusta. Chiedi
domande del
cavolo, e avrai
risposte del
cavolo.
Fai a pezzi i
problemi! – Non
sempre basta
porsi le domande
giuste per
risolvere i
problemi: spesso
serve anche
farli a pezzi.
Perché i
problemi sono
come una pietra
dura: le domande
la
ammorbidiscono,
ma poi ci vuole
uno scalpello
che la spacchi
in tante parti.
Il tuo scalpello
è la tua
capacità di
spezzare i
problemi grossi,
quelli che
sembrano troppo
grandi per
essere
affrontati, in
problemini di
dimensioni più
maneggevoli. I
problemi grossi
sono infatti
quasi sempre la
somma di
problemi più
piccoli.
La tua sfida è
aprire una
società che ti
faccia
guadagnare tanti
soldi? Partendo
da zero, sembra
un’impresa
titanica. Ma il
problema si può
suddividere in
tante parti.
Devi infatti:
1) Eseguire uno
studio del
mercato, per
capire in che
nicchia
inserirti
2) Stabilire la
mission
dell’impresa.
3) Identificare
un piano
d’azione.
4) Trovare soci,
o collaboratori,
che credano nel
progetto.
5) Reperire
finanziamenti.
A sua volta,
ciascuno di
questi cinque
punti può essere
suddiviso in
altri. E’ come
scalare una
montagna: se
punti subito
alla vetta
rischi di
fallire, se
invece articoli
il tuo percorso
in tappe ce la
puoi fare.
Pentalogo
Come trasformare
i problemi in
occasioni di
crescita:
1) Considera
ogni problema
qualcosa che ti
aiuta a
migliorare
2) Sii
desideroso di
allargare la tua
zona di agio
3) Impara a chiamare i problemi con il loro nome: sfide
4) Poniti
domande
potenzianti
5) Spezza i problemi: suddividi quelli grossi in tanti
piccoli.
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Magari ci
vergogniamo ad
ammetterlo, ma
tutti quanti,
prima o poi,
abbiamo paura:
paura di
affrontare le
sfide della
vita. Può essere
una banale
timidezza di
fronte a una
ragazza, oppure
una fifa blu
prima di
un’interrogazione;
“basta che paura
non diventi
ansia,
altrimenti sono
guai” dice il
Prof. Paolo
Legrenzi,
ordinario di
Psicologia
all’università
Statale di
Milano, che
tratta il tema
nel libro “La
felicità” (Il
Mulino, 1999).
“Un po’ di paura
– spiega - può
fare bene,
l’ansia invece
fa sempre male”.
La paura può
essere utile
“perché è
un’emozione con
basi razionali;
infatti si fonda
su
un’anticipazione
delle difficoltà
future, e può
aiutarci ad
affrontarle
meglio. Se
abbiamo paura ci
rimbocchiamo le
maniche, se non
l’abbiamo
rischiamo di
sottovalutare il
pericolo e di
farci cogliere
impreparati”.
L’ansia, al
contrario, è
“uno stato
d’animo di paura
diffusa, non
centrata su un
timore
specifico” e
“attiva un corto
circuito
psicologico che
ci fa
precipitare nel
panico. Insomma,
andiamo in
tilt”.
Come sconfiggere
la paura
eccessiva che
diventa ansia e
che, lungi dallo
spronarci, ci
paralizza?
Vengono
consigliate
tante tecniche
per vincere la
paura; la più
efficace mi
sembra la
seguente, che è
una mia
rielaborazione
di quella ideata
dall’americano
Dale Carnegie,
autore del
best-seller
“Come smettere
di preoccuparsi
e iniziare a
vivere” (Cedar
Books, 1944 ed
edizioni
successive), che
ha venduto oltre
9 milioni di
copie.
1) Analizza la
tua paura.
Per avere presa
su di te, la
paura deve
rimanere un
fantasma, un
mostro
irrazionale:
qualcosa di
inafferrabile,
impalpabile.
Cerchiamo dunque
di non
comportarci come
il bambino che
cammina per il
bosco
immaginando che
dietro ad ogni
albero ci sia un
orco, e che tra
le foglie
striscino i
serpenti.
Razionalizza
questo mostro:
descrivilo,
cioè, il più
precisamente
possibile.
Prendi carta e
penna e scrivi
con esattezza:
Quando hai
paura? Sempre, o
in certi
momenti? E poi:
come hai paura?
Sudi, o hai il
batticuore, o ti
senti svenire?
Quando l’hai
fatto, passa al
punto
2) Analizza le
ragioni della
tua paura. Perché hai
paura? Perché
temi di perdere
il lavoro, o di
ammalarti, o hai
subito traumi
nell’infanzia?
Scrivilo sullo
stesso pezzo di
carta. Spesso
mettere giù le
proprie ansie,
nero su bianco,
basta per
ridimensionarle.
Perché molte
nostre paure
sono come certe
ombre di bestie
raccapriccianti
che di notte
vediamo sul
muro, e poi
scopriamo essere
le sagome,
ingrandite a
dismisura, di
insetti che si
erano posati
sulla lampadina.
E se, nonostante
tutto, hai
ancora paura?
Allora…
3) Preparati al
peggio. Qual è il
peggiore
scenario cui
puoi andare
incontro? Rischi
di morire? Di
andare in
galera? Di
restare senza
una lira?
Preparati
mentalmente a
quanto di peggio
ti possa
accadere, e
accettalo.
Immagino
l’obiezione:
come faccio ad
accettare di
crepare per un
male incurabile?
Tranquillo: non
si tratta di
accettarlo e
basta,
aspettando
passivamente la
catastrofe. Si
tratta invece di
pensare che se
il Padreterno ha
stabilito che tu
debba terminare
i tuoi giorni in
un letto
d’ospedale c’è
poco da fare. Se
il tuo destino è
quello,
ribellarsi serve
solo ad
aggiungere
stress a dolore.
Serve invece
esaminare il
punto…
4) Valuta la
situazione
realisticamente
e migliora lo
scenario Se
prima sei
precipitato nel
baratro più
profondo, ora
cominci a
risalire. Perché
analizzando le
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L'intervista
Fabio Fazio:
“Un po’ di timidezza
fa bene”
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Fabio Fazio, il noto
conduttore televisivo, è
la dimostrazione che
dalla timidezza si può
guarire. Eravamo
compagni di scuola alle
Medie; me lo ricordo un
ragazzino riservato,
pronto ad aiutare i
compagni nei compiti in
classe ma leggermente
impacciato nelle
interrogazioni davanti
alla classe. Chi
l’avrebbe detto che un
giorno avrebbe parlato,
perfettamente a suo
agio, davanti alle
telecamere?
In realtà un pizzico di
paura ce l’ho ancora –
confessa. – L’idea di
essere osservati da
molti spettatori mette
un po’ di ansia. È
normale: un conto è
rivolgersi a una persona
sola, un altro a dieci
milioni. Allora immagino
che gli spettatori non
siano una massa unica,
ma tanti singoli, e la
paura mi passa. Da
ragazzo, poi, quando ero
alle prime armi come
presentatore, mi
convincevo che nessuno
mi stesse guardando; mi
ripetevo che ero solo in
sala di registrazione
con la telecamera, e che
tutto quello che avrei
fatto sarebbe rimasto
tra quelle quattro
mura”.
È una buona tecnica per
eliminare la timidezza.
“Sì, ma sarebbe
sbagliato volerla
eliminare del tutto;
perchè la timidezza non
è sempre un male. Aiuta
a riflettere; perché il
timido non vuole
apparire, ma essere. E
in quest’epoca di
ostentazione, a volte
volgare, la timidezza
può essere pudore, buona
educazione”. |
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cose
realisticamente
ti rendi conto
che la
situazione non è
poi così
drammatica. Il
diavolo,
insomma, non è
quasi mai brutto
come lo si
dipinge.
Prendiamo una
paura molto
frequente:
quella di
prendere
l’aereo. Le
statistiche
dimostrano che
si verificano
molti più
incidenti in
macchina, o in
treno, che in
aereo; eppure
nessuno ha paura
di montare in
auto, o sul
treno, mentre
parecchi hanno
la tremarella
quando salgono
sul velivolo.
Ebbene, una
valutazione
realistica della
situazione
consente di
ridurre la
paura.
Dalle
statistiche
risulta che le
nostre ansie
riguardano, nel
40% dei casi,
cose che hanno
bassissime
probabilità di
accadere; nel
30% sono per
cose già
successe, morte
e sepolte, di
cui non possiamo
modificare una
virgola; e nel
20% dei casi
sono relative a
critiche o
maldicenze di
persone che
hanno come unico
scopo il farci
del male. Se noi
ce la prendiamo,
loro ci riescono
benissimo.
Insomma, solo il
20% delle nostre
preoccupazioni –
una su dieci –
sono davvero
fondate. Quindi
buttane a mare
nove, e per
affrontare la
decima passa al
punto seguente:
5) Individua le
soluzioni.
Esistono sempre,
anche nei casi
più disperati!
La individuò,
nel campo di
sterminio
nazista di
Cracovia,
l’ebreo polacco
Lech
Stanislavsky. In
un momento di
distrazione dei
suoi aguzzini si
spogliò
completamente e
si gettò sotto
una montagna di
cadaveri in
decomposizione,
fingendosi
morto. Restò
immobile per
ore, sforzandosi
di non vomitare.
Finalmente
venne, con tutti
gli altri corpi,
caricato su un
camion e
scaricato in
campagna, in una
fossa aperta.
Quando fu sicuro
che non ci fosse
nessuno in giro
si alzò e corse
a perdifiato,
nudo, per 40
chilometri verso
la libertà.
Se ce l’ha fatta
Lech
Stanislavsky,
puoi farcela
anche tu. La
soluzione c’è;
si tratta
soltanto di
trovarla, magari
ragionando in
modo diverso, e
poi di agire.
6) Agisci!
Individuare la
soluzione è
un’operazione
intellettuale,
che avviene nel
cervello. Agire,
invece, implica
qualcosa di
fisico, di
tangibile; come
buttarsi tra i
cadaveri, come
ha fatto l’ebreo
polacco.
È fondamentale
che tu agisca
subito, non
appena hai
scelto cosa
fare, quando la
tua motivazione
è al massimo e
la paura di
sbagliare al
minimo. |
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Sei di quelli
che ai colloqui
di lavoro
restano
regolarmente
fregati perché
non mostri
quello che vali
e tiri fuori
soltanto un
decimo delle tue
qualità? Ti
impappini,
oppure non dici
quello che
l’altro vuole
sentirsi dire, e
comunque non
riesci ad
interessarlo, a
fare buona
impressione?
Niente paura:
con poche,
semplici
tecniche puoi
migliorare
drasticamente la
tua performance
e conquistare il
posto agognato.
1) Arriva
puntuale:
né in ritardo (è
segno di
maleducazione),
né in anticipo
(è sintomo di
ansia). Calcola
di arrivare
all’appuntamento
mezz’ora prima,
così il
traffico, o
eventuali
contrattempi,
non ti faranno
tardare; e se
arrivi in
anticipo aspetta
l’ora X facendo
una passeggiata
e respirando
profondamente
(veleni delle
auto
permettendo).
2) Porta sempre
un curriculum
con te;
il selezionatore
potrebbe averlo
perso.
3) Quando
incontri il
selezionatore,
stringigli
calorosamente la
mano guardandolo
negli occhi e
sorridendo.
La prima
impressione –
quella che ci
formiamo nei
primi 10 secondi
– è la più
forte; quindi
una stretta di
mano debole, o
uno sguardo
sfuggente, o un
viso preoccupato
ti taglierebbero
le gambe in
partenza.
4) Guardalo
negli occhi per
circa il 70% del
tempo
(se lo facessi
di più potrebbe
pensare che lo
vuoi sfidare,
oppure
corteggiare).
Fissalo un po’
più nell’occhio
sinistro che
nell’occhio
destro: il
sinistro è
collegato con
l’emisfero
cerebrale
destro, che
sovrintende alle
emozioni, quindi
anche alla
simpatia. Se non
gli sei
simpatico non ti
prenderà mai!
5) Fallo parlare
il più
possibile.
Molti
selezionatori
sono stanchi di
ascoltare gli
altri e
avrebbero voglia
di parlare,
magari per
raccontare
quanto sono
bravi. Facendolo
parlare ottieni
tre risultati:
lo conosci
meglio, ti rendi
simpatico e,
tacendo, non ti
esponi.
6) Quando
l’altro parla,
mostrati
interessato
annuendo
leggermente e
tenendo l’indice
alla tempia,
oppure
accarezzandoti
il mento.
7) Quando devi
parlare (non
puoi lasciar
chiacchierare
solo lui!),
aspetta un
momento prima di
iniziare nuovi
discorsi:
darai
l’impressione di
essere
riflessivo.
8) Copia – senza
farti accorgere
- alcune posture
del
selezionatore.
Se tiene le
gambe
incrociate,
fallo anche tu;
se giocherella
con la penna,
fallo anche tu.
Il mirroring (rispecchiamento)
serve a entrare
inconsciamente
in sintonia con
l’altro. Non
tutto, però, va
imitato: se lui
balbetta, o ha
dei tic strani,
non copiarlo:
penserebbe che
lo vuoi prendere
in giro!
9) Non accettare
subito la prima
proposta:
solo i
disperati,
quelli che
stanno morendo
di fame, sono
disposti a
tutto. Dì che la
cosa ti
interessa, ma
che ci vuoi
pensare: così
hai tempo per
riflettere e
puoi alzare il
prezzo.
10) Se dopo il
colloquio non si
fanno vivi nel
termine
stabilito,
aspetta almeno
un’altra
settimana prima
di richiamarli.
Al telefono dì
che hai bisogno
di una risposta
in tempi brevi
perché hai
ricevuto
un’altra
proposta (quindi
sei conteso, e
chi è conteso è
bravo) ma la
loro ti
interessa di più
(quindi sarai un
lavoratore
motivato).
Buon colloquio e
in bocca al
lupo!
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Quante volte
capita, arrivati
alla sera, di
accorgerci che
abbiamo
completato solo
una piccola
parte di quanto
ci eravamo
ripromessi di
fare! Domani
dovremo
recuperare; ma
con quali esiti,
è facilmente
intuibile.
Perché se non
sappiamo gestire
il nostro tempo
saranno gli
altri, con le
loro continue
interruzioni, e
gli imprevisti,
che spuntano
come funghi, a
gestirlo per
noi.
Per organizzarsi
bisogna
innanzitutto
avere un’agenda
(elettronica o
cartacea non
importa) e
pianificare in
anticipo i
propri impegni.
Alla sera,
terminata la
giornata
lavorativa,
apriamo l’agenda
e verifichiamo
quali impegni
avremo domani.
Non avremo molto
da correggere se
al week-end
abbiamo già
pianificato gli
impegni della
settimana
entrante. A me
piace farlo la
domenica sera:
agenda in mano,
verifico gli
appuntamenti dei
prossimi sette
giorni. Spesso
riesco a
prevedere i
principali
appuntamenti
della settimana
ancora
successiva;
così pianifico
due settimane di
seguito. C’è chi
fa di meglio:
Maurizio
Costanzo (leggi
l’intervista) si
prepara con tre
settimane di
anticipo.
Nell’organizzare
gli impegni sarà
bene
aggiungere un
tempo pari al
20% di quello
calcolato.
Perché? Perché
raramente
calcoliamo i
ritardi, gli
inconvenienti,
gli intoppi che
incontreremo
durante il
lavoro, e che ce
lo faranno
ritardare. Non è
detto che ci
siano, ma è
probabile,
quindi è bene
attrezzarsi. È
come quando vai
a prendere
l’aereo: hai
calcolato che da
casa
all’aeroporto
impiegherai
mezz’ora, più un
quarto d’ora per
il check-in, più
un altro quarto
d’ora per
l’imbarco.
Morale: parti da
casa un’ora
prima del
decollo. Ma se
trovi traffico,
o non trovi
subito il
parcheggio, o
c’è la coda al
check-in? Se non
ti lasci un
“cuscinetto” per
gli imprevisti,
potresti perdere
il volo.
Dai un ordine
alle tue
priorità. Hai
dieci cose da
fare? Stabilisci
quali vanno
affrontate per
prime. È come
riempire un
recipiente con
dei sassi:
cominci con i
più grossi
(quindi con le
priorità più
rilevanti), poi
ci infili quelli
un po’ più
piccoli, infine
i sassolini che
si infilano
negli spazi
vuoti. Se invece
metti per primi
i sassolini, non
ci sarà più
spazio per i
sassi grossi. È
l’errore che
commette chi
esordisce nella
sua giornata
lavorativa
sbrigando gli
affaretti di
poco conto:
così, pensa, mi
tolgo di mezzo
queste
sciocchezzuole,
e poi mi potrò
dedicare alle
cose importanti.
Sbagliato!
Primo, perché le
sciocchezzuole
possono rubare
più tempo del
previsto;
secondo, perché
sprecare le ore
migliori della
giornata, quelle
in cui siamo più
carichi di
energia, per le
cose di poco
conto è da
dilettanti. La
nostra energia,
massima quando
entriamo in
ufficio, va
calando nel
corso della
giornata. Quindi
si conferma la
validità dello
slogan inglese first things
first, le
prime cose
(prime per
rilevanza) vanno
svolte per
prime. Così, se
anche non sarai
riuscito a fare
tutto, almeno
avrai completato
le cose più
importanti e
anche le più
urgenti.
Le due parole
non sono
sinonimi. In
questo momento
per me è
importantissimo
avere un figlio:
è la cosa più
importante della
mia vita. Ma non
è urgente: posso
averlo tra un
anno, o due, o
tre, non
importa. Invece
è urgente
rinnovare
l’abbonamento al
Corriere
della Sera:
scade domani, se
non pago subito
non mi
recapiteranno
più a casa il
giornale. Ma è
così grave? Non
per me: posso
benissimo fare a
meno del
quotidiano per
qualche giorno.
Le cose urgenti
vanno fatte
subito,
immediatamente,
ma non sempre
sono importanti;
mentre le cose
importanti, che
non sempre sono
urgenti,
cambiano la
vita.
Distingui dunque
tra:
1. cose urgenti
e importanti:
hanno la
precedenza
assoluta;
2. cose urgenti
e poco
importanti:
vanno fatte, ma
non a scapito
delle…
3. cose
importanti e
poco urgenti:
vengono spesso trascurate, eppure sono
quelle che ti
possono condurre
al successo!
4. Cose né
importanti né
urgenti:
dimenticale! |
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L'intervista
Maurizio Costanzo:
“Il mio segreto? La
puntualità”
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La conduzione in video
di Costanzo è solo una
parte del suo lavoro;
dietro le quinte si
occupa della fiction
Mediaset, insegna
all’università, scrive
sui giornali, pubblica
libri… Come riesce a
conciliare tutto? “Il mio segreto è la
puntualità. Spacco il
minuto, e pretendo che
anche i miei
interlocutori lo
facciano. Le mie
giornate sono scandite
da un’agenda che seguo
rigorosissimamente: mi
alzo presto, alle 6,
leggo i giornali,
ascolto i primi tigì e
alle 8,30 sono pronto
per il primo
appuntamento”.
A che ora “stacca”?
Alle 8 di sera. Dopo le
8 non accetto impegni:
ho bisogno di
rilassarmi. Per questo
preferisco le colazioni
alle cene di lavoro. Se
ceno fuori faccio tardi,
rincaso stanco e
l’indomani faccio fatica
ad alzarmi”.
Con quanto anticipo
programma i suoi
impegni?
Almeno 3 settimane.
Adesso so già quello che
farò nelle prossime 3
settimane.
E se spunta un
imprevisto? Rinvio degli
appuntamenti,
naturalmente dopo avere
chiesto scusa. Io
rispetto il tempo mio e
quello degli altri. E se
qualcuno mi telefona,
trovo sempre un momento
per richiamarlo.
Una vita così intensa
dev’essere stressante… Per fortuna ho dei
collaboratori maniaci
della puntualità come
me. La ruota grande non
potrebbe girare bene se
le rotelline non fossero
sincronizzate…” |
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Maurizio Costanzo sostiene che
un bravo comunicatore dovrebbe
immaginare di rivolgersi a un
pubblico di dodicenni: “Così ti
capiscono tutti”. Indro Montanelli insiste che “bisogna
scrivere per farsi capire anche
dal lattaio dell’Ohio”, che
sarebbe come dire dalla
casalinga di Vigevano, cioè da
una persona semplice, poco
colta. Gliel’hanno insegnato in
America, dove una delle materie
scolastiche si chiama
comprehensive writing,
scrittura comprensibile. Da noi,
invece, resiste una vecchia
tradizione snob, accademica e
leguleia, che confonde lo
scrivere bene con il bello
scrivere, e quest’ultimo con lo
scrivere complicato. E non solo:
anche prolisso, contorto,
involuto. Perché la persona di
cultura non si esprime come i
comuni mortali, e se questi non
capiscono, peggio per loro: che
si istruiscano. Risultato: le
scrivanie sono soffocate da
montagne di comunicati,
relazioni, circolari che non
verranno mai prese in mano. Sia
perché, essendo inutilmente
lunghe, richiedono troppo tempo
per essere lette; sia anche
perché, essendo scritte in modo
intricato (lo stile-giungla,
lo chiamava l’esperto di
comunicazione organizzativa
Chester Barnard),
richiederebbero troppa fatica
per capirci qualcosa.
La scrittura semplice e chiara è
frutto di due accorgimenti:
parole brevi e frasi brevi.
Brevità uguale leggibilità: una
parola corta, con poche sillabe,
è più leggibile di una lunga; e
una frase corta, con poche
parole, è più leggibile di una
lunga. Esiste una formula
matematica per calcolare la
leggibilità di un testo: la
formula di Rudolph Flesch, così
detta dal nome dell’americano
che la espose nel 1946 nel suo
libro The Art of Readable
Writing, l’arte di scrivere in
modo leggibile. Eccola:
Leggibilità = 206 - (P + 0,6 S)
dove
P
= numero medio di
parole per frase
e
S
= numero medio di
sillabe in 100 parole.
Quando più il numero finale è
elevato, tanto più il testo
risulta facile. Al contrario, un
risultato basso equivale a un
testo complicato. Quindi,
estremizzando,
100
= testo facilissimo
e
0
= testo
incomprensbile.
Naturalmente nessuno, neanche
chi si impegna a fondo, riesce a
raggiungere quota 100 o 0. Un
brano viene considerato
leggibile sopra 50, e oscuro
sotto quel livello. Sopra 80 è
uno scritto per bambini, sotto
20 risulta indecifrabile.
Il tempio greco
Lo stile chiaro, leggibile può
essere paragonato a un tempio
greco. Semplice, lineare, ma nel
contempo elegante nella sobrietà
delle forme. Con
frasi
brevi, poche subordinate e
coordinate, e uno sviluppo
orizzontale.
Lo stile da evitare è quello
“gotico”: come il duomo di
Milano, è aggrovigliato in una
selva di guglie e pinnacoli,
cioè di frasi lunghe, contorte e
complesse.
Un esempio di frase “a tempio
greco”: “La mamma fa la spesa
con i bambini”.
Esempio di frase “gotica”: “La
mamma, che è bionda e ha 33 anni
(frase subordinata), fa la spesa
con i bambini suoi e della sua
amica Stefania, che stamattina è
andata a insegnare nella scuola
di Gorgonzola” (altra frase
subordinata).
Come si “grecizza” questa frase?
Semplicemente spezzandola in
frasi più brevi. Così: “La mamma
fa la spesa con i bambini. La
mamma è bionda e ha 33 anni. I
bambini sono suoi e della sua
amica Stefania. Stefania è
andata a insegnare nella scuola
di Gorgonzola”. Troppo
ripetitivo? Si può rendere il
discorso più elegante accorpando
le frasi a due a due: “La mamma,
una trentatreenne bionda, fa la
spesa con i bambini. Sono figlio
suoi e dell’amica Stefania, che
stamattina insegna a
Gorgonzola”. Adesso abbiamo
evitato tanto le frasi lunghe
quanto le ripetizioni.
Subito al sodo
Le frasi brevi e scarne aiutano
a venire subito al dunque: cosa
essenziale sul lavoro, dove
manca il tempo per leggere tutto
quanto. La notizia va data
all’inizio del comunicato, della
lettera o della relazione:
inutile tirarla per le lunghe.
Per questo è opportuno scrivere
l’oggetto della comunicazione al
suo inizio, a mo’ di titolo, con
carattere ben visibile; ed è
altrettanto utile sottolineare,
o far risaltare con il
grassetto, i punti salienti del
testo.
Impariamo anche a titolare i
vari argomenti, e, se
necessario, a inserire dei
sottotitoli. Tutto quanto rompe
l’uniformità di un testo per
fornire spiegazioni a riguardo
ne favorisce infatti la
comprensione.
È altresì utile abituarsi a
cancellare dal proprio testo,
con una matita rossa, tutte le
parole inutili, che lo
appesantiscono. È un’attività
che raccomando ai burocrati; il
loro scopo, scherzava Oscar
Wilde, è “rendere difficile il
facile attraverso l’inutile”.
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L'intervista
Enzo Biagi:
“Basta fare il contrario dei
nostri burocrati” |
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“La gente mi legge innanzitutto
perché scrivo chiaro; se fossi
complicato potrei scrivere le
cose più belle e sagge del
mondo, ma nessuno mi filerebbe”.
Parola di Enzo Biagi, maestro di
giornalismo e di scrittura. “Ma
non di bello scrivere – precisa.
– Quello lo lascio ai letterati.
A me importa farmi capire da
chiunque, anche da chi non ha
terminato le Elementari”. E
aggiunge: “Chi scrive complicato
annoia. Giulio De Benedetti,
mitico direttore della Stampa,
insegnò che il più grave peccato
per un giornalista non è
raccontare bugie ma annoiare il
lettore. E il lettore lo tieni
sveglio con uno stile sciolto,
limpido, vivace: il contrario di
quello dei burocrati”.
Perché, come scrivono i
burocrati?
“E me lo chiede? In modo
illeggibile, incomprensibile!
Che senso ha il cartello
Vietata la balneazione,
quando basterebbe scrivere
Vietato bagnarsi? Quando
parlano con la moglie, cosa
dicono: Cara, vado ad
effettuare una balneazione,
oppure Vado a fare il bagno?
Santo Cielo, perché non scrivono
come mangiano?”
Sa com’è, la burocrazia ha le
sue regole…
“Che le cambino: si possono dire
le cose più complicate nel modo
più semplice, basta metterci
buona volontà. Giosuè Carducci
diceva che chi usa 15 parole
quando ne basterebbero 10 è
capace di qualsiasi misfatto”.
Forse è per questo che i
politici ne combinano tanti…
“Il loro è un linguaggio oscuro,
contorto; non vogliono farsi
capire”.
Oppure eccedono dall’altra
parte: offendono, insultano.
“Quella non è chiarezza: è solo
maleducazione. Come si può dire
tutto in modo chiaro, così si
può dire tutto in modo cortese.
Come fece quell’oratore francese
di settant’anni fa, epoca in cui
l’omosessualità era considerata
vergognosa. Rivolgendosi al
pubblico, tra cui spiccava lo
scrittore gay Jean Cocteau,
esordì così: Boujour
mesdames, messieurs et vous
aussi, mon cher Cocoteau”.
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Perchè?
...perchè la prima impressione
non la si può fare una seconda
volta!
Quando una persona entra per la
prima volta in una stanza il 55%
dei presenti è attirato da come
appare, il 38% da come si muove
e solo il 7% da quello che dice.
Quindi il messaggio
non sono le tue
parole,
il messaggio sei TU!
•
Parole 7%

|
•
Postura 38% |
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•
Immagine 55%
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Fa' quindi in modo che il tuo
look sia sempre curato e
coerente con il messaggio che
vuoi veicolare: sarai più
credibile e
davvero
convincente!
Vuoi
sembrare
creativo?
Il tuo look dovrà essere
creativo: basterà
un tocco originale, come un
accessorio inusitato. Proponi
nuove soluzioni o
iniziative? Non indossare gli
abbinamenti bianco\blu,
azzurro\blu o bianco\grigio,sono
troppo banali! Indossa un tocco
nuovo, una
cravatta originale o una nota di
colore!
Vuoi
essere molto professionale?
Scegli abiti dalle linee
rigorose, tieni la giacca
abbottonata e indossa un
colore business, tra le gamme dei blu e dei
grigi. Scegli invece tra i
colori informali,
i marroni e i verdi, solo di
giorno e quando vuoi trasmettere
apertura e disponibilità a
lavorare in gruppo. Sbottonati
allora la giacca e preferisci
una tonalità molto scura di
marrone o di verde se sei
brizzolato (come Bill Clinton) o
se i tuoi capelli sono molto
scuri e i tuoi occhi o molto
scuri o molto chiari (come
Fiorello o Paolo Maldini). Se
invece il tuo colore di capelli
va dal castano-rosso al castano
medio e i tuoi occhi sono
nocciola (come Claudio Lippi o
Gerry Scotti) opta per le
tonalità cammello, i marroni di
media scurezza e il verde loden.
Devi
attirare l'attenzione degli
altri quando c'è un calo di
concentrazione?
Indossa una cravatta rossa,
avrai una chance in più per
farti notare e quindi finalmente
ascoltare! |
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SEI COME...
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CLAUDIA SCHIFFER
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LEONARDO DI CAPRIO
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oppure |
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Occhi
: blu petrolio o
acqua, sempre chiari
Pelle:
chiara, avorio, rosa
o beige dorato
Capelli: da
biondo chiaro allo
scuro, dorati o
rosso chiari |
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Colori
abito:
SI
alle
tinte
pastello,
i
tortora,
i sabbia,
i verdi
chiari,
l'acquamarina,
il panna,
il rosa
il pesca
e l'albicocca
SI
agli
accostamenti
tono su
tono
SERA:
preferisci
l'oro e
l'avorio
e evita
il nero
vicino
al viso
|
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Colori
abito e
giacca:
SI
alle
tonalità
del
sabbia,
dei tortora
e cammello,
i blu e
i grigi
non
troppo
scuri
Camicia:
il
bianco
morbido,
il crema ed
i colori
pastello
NO
ai
colori
troppo
scuri e
ai
contrasti
forti
chiaro/scuro
NO
alla
cravatta
tinta
unita
blu
scuro |
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SEI
COME...
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KATE MOSS |
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PAOLO BONOLIS |
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oppure |
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Occhi
: sempre chiari, dal
grigio blu al grigio
verde
Pelle: chiara
o beige rosata
Capelli: biondo
cenere, castano
cenere o leggermente
brizzolati |
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Colori
abito:
SI per le tonalità
azzurrate
e grigie,
il
lavanda
e il
glicine,
i blu e
grigi
chiari.
SI
agli
accostamenti
tono su
tono.
SERA:
ottimo
il viola
e
prugna,
evita il
nero
vicina
al viso. |
|
Colori
abito e
giacca:
SI
per
i grigi
e i blu
non
troppo
scuri,
no al
cammello
e ai
marroni
e
tabacco.
Camicia:
azzurra,
grigia
chiara o
rosa
freddo,
no al
panna o
all'avorio.
SI
agli
abbinamenti
tono su
tono.
NO
al blu
scuro o
al nero e
ai
contrasti
bianco/nero.
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SEI
COME...
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JULIA ROBERTS |
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GERRY SCOTTI |
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oppure |
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Occhi
: castano chiaro o
scuro, nocciola o
verde bosco
Pelle:
avorio, beige
dorato, con efelidi
Capelli: da
castano chiaro a
scuro, rosso ramato |
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Colori
abito:
i verdi,
i
marroni,
il cacao,
il tabacco,
il rosso
e l'aranciato.
NO
agli
azzurri,
al glicine
e al grigio
perla.
SI
ai
crema,
ai panna
e al kakhi
SERA:
bene il
bronzo,
l'oro,
il
rosso,
Valentino.
Se i
tuoi
capelli
sono
scuri
bene il
nero.
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Colori
abito e
giacca:
marroni
cammello,
grigio
medio e
scuro.
Camicia:
bianco
morbido,
avorio
crema,
panna.
NO
all'azzurro
violetto,grigio
perla e
bianco
ottico.
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SEI
COME...
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MARIA GRAZIA
CUCINOTTA |
|
FIORELLO |
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oppure |
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Occhi
: neri, marrone
scuro, compatti
Pelle: beige
porcellana,
olivastra, rosata
Capelli: castano
scuro, neri, grigi |
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Colore
abito:
glicine,
fucsia,
viola,
prugna,
blu e nero.
SI
al
bianco
ottico.
NO
ai
panna,
al crema,
al cammello,
ai
marroni
e al terracotta.
SERA:
ottimo
il nero,
il prugna,
l'argento,
il rosso
Cardinale,
evita il
bronzo e
le tonalità
dorate |
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Colore
abito e
giacca:
blu e
grigi
molto
scuro.
NO
ai
marroni
e
cammello.
Camicia:
il bianco
ottico,
'azzurro,
il grigio,
il violetto
chiaro.
NO
al crema
o al panna.
SI
al
bianco/nero
e alla
cravatta
tinta
unita
scura. |
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SEI
COME...
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MEGAN GALE |
|
LUCA BARBARESCHI |
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oppure |
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Occhi
: sempre molto
brillanti e
colorati, azzurri,
verdi, blu
Pelle: chiara
porcellana, nera,
olivastra
Capelli : da
biondo cenere a
castano chiaro o
scuro, neri,
brizzolati |
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Colori
abito:
tutti i
colori
brillanti,
il rosso
vivo,
il viola,
il turchese,
tutti i
blu e i
pervinca.
SI
al
grigio
perla,
al rosa
freddo,
all'azzurro.
NO
al
marrone,
il terracotta,
il beige.
SERA:
il nero,
il viola,
il prugna e
indossa
sempre
una nota
brillante. |
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Colori
abito e
giacca:
SI
al grigio e
al blu
chiaro o
scuro,
NO al
tabacco,
i marroni,
il senape,
il cuoio,
il tortora
ed il
cammello.
Camicia:
l'azzurro,
il violetto,
il rosa
freddo
ed il
bianco
SI
alla
cravatta
dai toni
brillanti,
evita i
colori
spenti e
dorati. |
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SEI BRIZZOLATO
COME... |
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RICHARD GERE |
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Colori
abito e
giacca:
SI
alla giacca grigia o
blu. Evita i
marroni, i beige, i
biscotto e i
cammello.
Camicia: SI calla camicia
bianca, azzurra
o grigia, violetta o
rosa ghiaccio. NO al crema,
panna o avorio.
SI alle
cravatte dalle
tonalità fredde di
tutti i blu, rossi e
verdi. NO al giallo,
al dorato bronzo e
al rosso aranciato.
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Se di notte non dormi
abbastanza, non puoi dare il
massimo di giorno. Non significa
che devi andare a letto sempre
presto, ma ricorda che
le ore
che vanno dalle 23 alle due di
notte sono quelle in cui il
sonno è più rigenerante.
Un sonno che inizia dopo la
mezzanotte, anche se ugualmente
lungo, non dà gli stessi
benefici. |
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Ma quanto è bene dormire? Non
c'è una regola valida per tutti.
Ognuno di noi, però, può
scoprire facilmente di quante
ore di riposo ha bisogno. Fai
così: vai a letto entro le
undici e osserva a che ora ti
svegli la mattina dopo. Calcola
quante ore hai dormito: quello è
il tuo fabbisogno medio. Cerca
di rispettarlo. Poltrire sotto
le coperte la mattina, invece, è
una cosa da evitare:
se
rimani a letto, rischi di
impigrirti e di perdere parte
dell'energia acquistata durante
la notte.
Infine, se conduci una vita
sana, con ritmi regolari, un
buon numero di pause dal lavoro
e livello di stress non troppo
alti, avrai meno bisogno di
dormire, perché il tuo corpo ha
meno tossine da smaltire con il
sonno. |
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L’emozione che più paralizza è
la paura. Per questo, la prima
cosa da fare, se vuoi sfruttare
al meglio le tue risorse e
capacità, è spazzarla via. La
paura ti danneggia due volte: la
prima, perché ti impedisce di
tirare fuori le tue qualità. La
seconda perché, agli occhi degli
altri, ti fa sembrare
inadeguato, incapace. Ma la
paura può anche essere
un’alleata. Impara a
distinguerne i due tipi.
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Può
coglierti quando devi
parlare in pubblico. Oppure
quando ti trovi di fronte a
un bivio importante, di
fronte a un grosso
cambiamento di vita. Questa
paura rende incapaci di
agire. E quindi bisogna fare
di tutto per combatterla.
-
La paura costruttiva è,
invece, l’amica che
sussurra: “Attento, c’è un
pericolo!” e aiuta ad
affrontare la sfida. In
pratica, è la molla che
rende più intuitivi, capaci
di sentire quella “vocina”
che parla da dentro e che
spinge ad agire per il
meglio. Se pensi di non
saperla ascoltare, continua
a leggere queste e le
prossime pagine: ti
insegneranno a riconoscerla.
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La mente ha il potere di
renderci piacevole (oppure
odiosa) ogni azione. Impara a
sfruttare questa capacità per
affrontare il lavoro con
entusiasmo. Come? Poniti, di
volta in volta, uno scopo
realistico ma piacevole: una
promozione, un contratto, un
viaggio d’affari. Devi pensare
al tuo obiettivo visualizzandolo
due volte al giorno per quattro
settimane.
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-
Siediti e respira
profondamente.
-
Per rilassarti, contrai e
distendi tutti i muscoli,
dai piedi alla testa.
-
Ora visualizza i colori
dell’arcobaleno nell’ordine:
rosso, arancio, giallo,
verde, blu, indaco, viola.
-
Immaginati su un prato, su
una spiaggia o in riva a un
lago.
-
Pensa nei dettagli al tuo
obiettivo.
-
E cerca di coinvolgere anche
i sensi: la vista, l’udito,
il tatto.
Quanti più ne attivi, tanto più
il tuo quadro sarà vivido e
convincente.
E’
dimostrato che ci vogliono da 21
a 30 giorni perché la mente
assimili un’immagine.
Alla fine, vivrai il lavoro come
il mezzo migliore per ottenere
quello a cui miri. Quindi non ti
peserà più.
-
Agisci. Non appena hai
scelto cosa fare, devi agire
subito. Aspettare è solo una
scusa per non fare nulla. Se
non agisci adesso, mentre
sei fermamente convinto
dell’importanza di farlo,
come puoi pensare di
riuscirci domani ?
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Spesso capita di essere incerti
tra due scelte: comprare una
Fiat o una Ford ? Iscriversi a
Lettere o a Ingegneria?
Decidere significa puntare con
decisione ad un obbiettivo ed
eliminare ogni alternativa.
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E’ proprio questo l’aspetto che
spaventa di più: non sono poche
le persone che, dopo aver preso
una decisione, continuano a
guardarsi indietro con
rimpianto. Per prima cosa,
allora, togliti dalla testa che,
delle due strade davanti a te,
una porti al trionfo e l’altra
al disastro. Non è quasi mai
così. Di solito portano a due
risultati diversi. Ed è
difficile prevedere quale si
rivelerà il migliore. Per
imparare a scegliere bene,
allora, prova a fare così.
-
Decidi senza esitare.
Ora tira le conclusioni e
non tornare indietro. Se ti
accorgi che la scelta è
sbagliata, prendi un’altra
decisione, in direzione
opposta alla prima. Ma fallo
solo se, dopo aver soppesato
bene la situazione, sei
assolutamente sicuro
dell’errore.
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Qualche volta avrai individuato un amico per la sua abilità
nel tenere banco. Ma anche tu puoi diventare un buon conversatore.
· Ascolta e chiedi.
Incoraggia l'altro a parlare di ciò che ama. Sta raccontando di tua
figlia?Chiedigli quanti anni ha, che scuola frequenta, se fa sport.
All'inizio dovrai pensarci, poi le domande ti verranno spontanee.
·
Presta
attenzione.
Se, mentre
l'altro parla, ti dimostri interessato farai un'ottima impressione.
Non si tratta di fingere, ma di aver rispetto per chi hai davanti. |
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Fai parlare i fatti.
Lascia che siano gli altri o le
cose che fai a parlare di te.
Anziché dire: "Sono un atleta
fenomenale", prova a dire: "Ho
corso i cento metri in dieci
secondi". E non insistere
troppo. Chi ti ascolta ti
ammirerà comunque. E apprezzerà
la tua modestia.
·
Usa delle esche.
Introduci l'argomento a cui
tieni con delle
"informazioni-esca". Anziché
metterti a parlare del tuo cane
senza sapere se l'altro è
interessato o meno, butta li una
frase come: "… e poi ho portato
fuori il cane". Se l'altro
esclama: "Ah, ma lei ha un
cane?", potrai finalmente
parlargliene. Ma non dilungarti.
·
Non competere.
Se un conoscente dice: "Ho una
casa a Rapallo", non replicare:
"Io ho una villa a Portofino".
Lo faresti sentire inferiore e
ti detesterebbe.
·
Cerca i punti comuni.
Qualcuno ama, come te, la
montagna? Digli: "Anch'io". Con
un minimo sforzo, troverai tanti
punti di contatto con il tuo
interlocutore. E su queste cose
che comincerete a costruire un
rapporto. |
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I nemici della tua vitalità? La
paura e la pigrizia. Ma se la
prima può essere utile, la
pigrizia non lo è mai. Per
vincerla, fai leva sulla tua
fisiologia, cioè sul tuo modo di
muoverti, che è molto legato
all'umore. Prova a raddrizzare
la schiena e a sorridere: non ti
senti già meglio? Ora
sperimenta la respirazione del
fuoco, una tecnica joga.
-
Di colpo, con energia,
fletti i gomiti e porta le
mani al petto, un po’ in
fuori rispetto ai capezzoli.
Accompagna il movimento
inspirando profondamente dal
naso.
-
Altrettanto energicamente,
riporta le braccia nella
posizione iniziale, come
spingere un oggetto e, allo
stesso tempo, espira
decisamente l'aria dalla
bocca, con 3 o 5 colpi.
Ricomincia da capo. Con una
serie di dieci respirazioni
eseguite ogni mattina,
affronterai la giornata con
molta più energia. |
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Se nella vita vuoi davvero
realizzarti, devi compiere due
passi decisivi: capire cosa vuoi
fare e gestire bene il tuo
tempo.
Tutti abbiamo delle mete a lunga
scadenza: chi vuole diventare
manager, chi genitore. Qualunque
sia il tuo caso, devi
programmare il cammino verso
l'obiettivo finale. E ricorda
che la tua meta deve essere:
1) attraente:
se è qualcosa a cui tieni molto
e che trovi eccitante ed
entusiasmante, ogni mattina ti
sveglierai motivato a lavorare
sodo per raggiungere
l'obiettivo;
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2) realistica:
per non rischiare di mollare a
metà, trova una meta ambiziosa
ma alla tua portata;
3) misurabile.
Non basta dire: "Voglio passare
più tempo in famiglia".
Specifica quanto. Altrimenti
l'obiettivo è generico e diventa
più difficile realizzarlo;
4) cadenzata.
Non basta avere una meta (per
esempio la laurea), bisogna
anche darsi un termine entro cui
raggiungerla.
·
Stabilisci le strategie:
Come si raggiunge un obiettivo?
Prima di tutto scrivilo per non
dimenticarlo. E definisci le
strategie per realizzarlo.
·
Fissa le scadenze intermedie:
Se il tuo obiettivo finale è
diventare amministratore
delegato entro dieci anni, devi
cominciare subito puntanto al
posto di dirigente d'azienda.
·
Prevedi le tappe a breve termine:
Stabilisci cosa fare da qui a
uno, due, cinque anni. Metti in
ordine di priorità le incombenze
mensili, settimanali e
quotidiane. Poni sempre al primo
posto le azioni che ti
avvicinano di più al tuo
obiettivo finale. E falle per
prime. |
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E' dimostrato che,
in un
incontro, i primi 90 secondi
sono i più importanti: è
in quel momento che si prova
simpatia o antipatia, fiducia o
sospetto nei confronti
dell'altro. E quella prima
impressione spesso diventa un
giudizio definitivo. Allora,
quando ti presenti a qualcuno,
ricordati che tutto si gioca in
quel saluto ed in quella stretta
di mano.
-
Mentre parli con la persona
che hai appena conosciuto,
fai in modo che sia più
visibile il palmo delle mani
e non il dorso. Quindi tienile aperte il più
possibile rivolte verso
l'interlocutore. Così
comunicherai intenzioni
amichevoli e sincerità.
Esibendo il dorso della
mano, invece, sembreresti un
tipo chiuso ed ostile.
Le mani servono anche per
stabilire un contatto "visivo"
con chi si ha di fronte.
Se la persona con cui stai
parlando si distrae, prova a
portare con disinvoltura il dito
indice e quello medio alla
tempia oppure vicino al
sopracciglio. Poiché siamo
inevitabilmente attratti da ciò
che si muove, questo gesto
catturerà l'attenzione del tuo
interlocutore, che si ritroverà
a guardarti negli occhi. E sarà
certamente più attento di prima.
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Se ti senti oppresso dai
problemi, cambia punto di vista:
considerali delle sfide. In
questo modo ti verrà naturale
affrontarli con coraggio ed
entusiasmo. Poi, per risolverli,
adotta queste strategie.
Fai a pezzi i problemi. Cioè
prova a "dividere" quelli
grossi, che sembrano
irrisolvibili, in piccole
difficoltà più maneggevoli. Da
affrontare una per volta.
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Un altro buon metodo per
superare un ostacolo è fare una
seduta di brainstorming, cioè
spremersi la mente per trovare
tutte le soluzioni possibili e
immaginabili.
L'importante è partorire tante
idee. Perchè se ne hai una sola
e non funziona, sei fritto. Non
te ne vengono? Allora fai così.
·
1) Informati bene:
Leggi, chiedi e confronta le
soluzioni che altri hanno
trovato a problemi simili al
tuo. Scarta le informazioni che
non ti servono ed elabora le
altre.
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2) Pensa ad altro:
Ora cerca di distrarti, vai al
cinema, guarda la tivù. Intanto,
la tua parte inconscia
continuerà a macinare soluzioni
senza che tu te ne accorga.
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3) Partorisci l'idea:
D'un tratto, quando meno te
l'aspetti: ecco l'idea! Scrivila
subito da qualche parte:
potresti dimenticarla.
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4) Adattala a te:
Ora devi solo mettere a punto la
soluzione che finalmente hai
trovato. |
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Sai qual è l'unico modo per
uscire vittorioso da una
discussione? Evitarla. Perché
una discussione accalorata è
sempre come una guerra: c'è chi
vince e c'è chi perde, ma tutti,
nessuno escluso, ne escono
malconci. |
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Regola numero 1
Quando discuti non contraddire
nessuno. Se lo fai, ti crei un
nemico. Tutti siamo affezionati
alle nostre idee, sono parte di
noi: chi critica loro è come se
ci attaccasse personalmente. E
la critica è come un boomerang:
torna sempre indietro. Se dici a
qualcuno: "Non mi piace come ti
sei comportato con me", ti
risponderà secco: "sei tu che mi
hai trattato male".
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Regola numero 2
A questo punto immagino la tua
obiezione: allora devo dare
ragione sempre a tutti, anche se
non sono d'accordo ? Ovviamente
la risposta è no. Anzi, difendi
le tue opinioni. Ma fallo
nell'unico modo che le rende
accettabili dagli altri.: cioè
trasforma le tue opinioni in
loro opinioni. Se è vero che
ogni essere umano è affezionato
alle sue idee, come puoi far
accettare all'altro le tue ?
Devi far si che l'altro colga
qualcosa di suo nelle tue
proposte, e che quindi vi si
affezioni.
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Regola numero 3
Non voler mai vincere una
discussione al cento per cento.
Accontentati di far accettare i
punti fondamentali del discorso;
quelli a cui tieni di più, e sii
disposto a cedere su quelli
secondari. Immagina, insomma,
che la discussione sia come un
panino farcito: puoi anche
rinunciare, se necessario, alle
due fette di pane pur di
mangiare la farcitura che ci sta
in mezzo. |
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Quando si tratta di scrivere, che sia una lettera o un
rapporto di lavoro, sei
bloccato. Se ti riconosci in
questo identikit, puoi superare
il problema in poche mosse.
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Strappa il foglio
Strappa il foglio che hai
davanti. Così non avrai paura di
sporcarne il
candore. Visto che
si tratta di un |
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blocco irrazionale, devi dire al tuo
inconscio che del foglio non te
ne importa niente.
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Rilassati
Usa la tecnica della respirazione del fuoco (linka:
Diventa più dinamico). Poi prova
questa posizione yoga: sdraiati
a pancia in su e solleva
verticalmente le gambe. Rimani
così per due minuti. E' utile
per ossigenare il cervello. Puoi
farlo anche prima di uscire di
casa per andare a sostenere un
esame.
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Fai una scaletta
Fissa ora, per punti, la scaletta del tuo testo:
introduzione, problema,
soluzione, conclusione.
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Raccogli le idee
Se proprio non sai cosa
scrivere, fai una mappa mentale.
Consiste nello scrivere, in
mezzo al foglio, il cuore
dell'argomento e nel far partire
da li, come dei raggi, le idee
che ne scaturiscono. Se
l'idea-madre è, per esempio, il
tuo matrimonio, i raggi saranno
il quando, il dove (in municipio
o in chiesa), il come (con tanti
o pochi invitati) e così via.
Vedrai che le idee scaturiranno
facilmente perché, in questo
modo, le lasci libere di
emergere in ordine sparso. |
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Osserva come respira un neonato:
riempie la pancia d'aria, poi la
lascia uscire, poi riempie di
nuovo la pancia d'aria e così
via. Ora guarda la respirazione
di un adulto: la pancia si muove
meno perché non riempie
completamente i polmoni, ma si
limita a fare entrare aria nella
loro parte alta. Un corpo che
respira male, però, è un corpo
debole, più predisposto alle
malattie. Per darne forza e
resistenza al tuo organismo,
quindi, prova questa
respirazione yoga. E
ripetila due volte al giorno.
-
Inspira con il diaframma,
cioè riempi d'aria prima la
pancia, gonfiandola come un
palloncino, poi i polmoni.
Fai dieci di queste respirazioni
la mattina prima di colazione e
dieci la sera prima di cena.
Sono utili per ossigenare bene
le cellule e stimolare la
circolazione sanguigna e quella
linfatica. Ti sentirai subito
più carico di energia e più
"pulito" dentro.
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Quando si parla con qualcuno,
bisogna guardarlo negli occhi.
Questo te lo avranno detto mille
volte. Non commettere, però,
l'errore di fissare
continuamente chi hai davanti:
penserebbe che lo stai
minacciando o che lo vuoi
corteggiare.
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Alcuni studiosi hanno calcolato
che,
durante una conversazione di
lavoro, dovremmo passare il 70
per cento del tempo a guardare
l'interlocutore nel triangolo
compreso tra gli occhi e la
punta del naso.
In un incontro tra amici,
invece, questo triangolo può
scendere fino alla punta del
mento. Ma, principalmente,
l'attenzione deve rivolgersi
agli occhi dell'interlocutore.
Durante una conversazione, poi,
dovresti togliere gli occhiali
da sole. Le lenti scure
impediscono all'altro di
guardarti bene negli occhi,
facendoti apparire una persona
sfuggente o poco sincera.
Infine, ricorda che
è
meglio guardare un po’ più
l'occhio sinistro che il destro.
La ragione è semplice: il
sinistro è collegato
all'emisfero destro del
cervello, dove hanno sede
l'emotività e i sentimenti. E'
facile capire che, per
conquistarti la simpatia di
qualcuno, devi far leva proprio
sulla sua parte "irrazionale". |
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Devi iniziare una conversazione
con qualcuno che non conosci
bene, o non conosci affatto, e
non sai come fare? Non sforzarti
di essere brillante, o
particolarmente intelligente.
Invece parla del più e del meno,
senza temere di apparire banale.
Gli inglesi chiamano questa
tecnica small talk,
“parlare piccolo”. Perché,
spiegano, prima di affrontare i
grandi temi bisogna toccare i
piccoli; prima di trovare le
pepite bisogna setacciare tanta
melma.
Pochissimi riescono a lanciare
battute fulminanti, che fanno
scoppiare a ridere o che
lasciano estasiati per il loro
acume. Lo stesso Woody Allen,
che possiede intelligenza e
humour in quantità industriale,
ammette che le battute giuste
gli vengono in mente solo a
party finito. E allora? Allora
cogli un qualunque pretesto per
parlare di qualcosa che possa
interessare l’interlocutore.
Potete parlare di tre cose:
1. della situazione in cui vi
trovate.
Se sei a un ricevimento, puoi
osservare che «I paesaggi dei
quadri sono davvero belli, Lei
cosa ne pensa?» Non è difficile
trovare qualcosa di simpatico, o
di curioso, di cui
chiacchierare;
2. di te stesso.
Sai già che è meglio evitare di
parlarsi addosso; ma se proprio
ci tieni, puoi dire «I paesaggi
in questi quadri mi ricordano la
Toscana». L’altro sarà
invogliato a chiederti se
conosci la Toscana, e tu potrai
rispondere: «Certo, ho un
casolare ristrutturato vicino a
Siena».
3. dell’altro.
Questo è l’argomento che
indubbiamente lo coinvolge di
più; ma non basta dirgli «Mi
parli di sé». Siamo tutti restii
ad aprirci di fronte ad uno
sconosciuto; quindi rivolgiamo
domande “aperte”, non quelle
“chiuse”, a cui si risponde a
monosillabi, o poco più. Sono
domande che uccidono la
conversazione, la soffocano
nella culla; e, perdipiù, danno
all’interrogato l’impressione di
essere sottoposto al quinto
grado. Ne parleremo più
diffusamente la settimana
prossima.
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Al telefono la voce diventa
l’unico strumento di
comunicazione, ma pochi si
comportano di conseguenza.
Molti, soprattutto quando si
tratta di lavoro, parlano con
tono freddo, distaccato. Pensano
che al telefono si debbano
trasmettere esclusivamente
informazioni; invece si
trasmettono anche – anzi,
soprattutto – sensazioni.
Infatti ai fini della
comunicazione interpersonale non
conta tanto ciò che si dice,
quanto come lo si dice. Salutare
qualcuno dicendogli «Buona sera»
con tono annoiato rovina tutta
la conversazione; invece un bel
«Buona sera!» squillante e
cordiale lo predispone
favorevolmente nei nostri
confronti.
Al telefono non vediamo
direttamente l’interlocutore, ma
è come se lo vedessimo
attraverso la sua voce. Quindi
la prossima volta che tiri su la
cornetta cerca di trasmettere la
tua amicizia, il tuo piacere di
sentire l’altro, il tuo calore
umano. Come si fa? Semplice:
si finge di avere la persona
davanti a sé. Ricorda: non
stai parlando con un apparecchio
inanimato, ma con una persona.
Non vergognarti di gesticolare,
di muovere i muscoli facciali,
di sorridere, di strabuzzare gli
occhi quando la conversazione lo
richiede: l’unico modo per
animare la conversazione, per
infonderci la tua umanità, è
quello di dare libero sfogo, con
il corpo, alle tue emozioni.
Se rimani rigido come un
baccalà, l’altro lo avverte,
anche se non ti vede.
·
Inizia la conversazione con un
«Buon giorno!» o con un «Ciao!»
cordiali,
allegri, che sprizzino ottimismo
e socievolezza. C’è chi parte
freddo e carbura strada facendo;
ma è sbagliato, perché la prima
impressione è la più importante.
·
Termina la conversazione con
altrettanto calore.
Le ultime parole sono quelle
che, più vicine nel tempo, si
ricordano meglio e lasciano
l’impressione finale. Perciò
accomiatarsi con un saluto
fiacco, trascinato guasta tutto
quello che si è detto prima.
Conoscerai persone che al
momento di lasciarti biascicano
un «Ciao ciao» privo di vita.
Oppure, peggio ancora,
pronunciano un «Ciao» frettoloso
e mettono subito giù la
cornetta, come se avessero
fretta di mollarti. Non fare
come loro: se devi congedare
qualcuno velocemente, o devi
dirgli di farla corta, sii
gentile. Digli «Mi scusi, ma non
posso stare molto al telefono
perché ho degli impegni urgenti
da sbrigare», e poi aspetta un
paio di secondi, dopo l’ultimo
saluto, prima di mettere giù.
Non c’è niente di peggio che
trovare qualcuno che tronca
brutalmente la conversazione con
«La saluto, buonasera». Clic.
Vieni subito al sodo.
Chi è dall’altro capo del filo
potrebbe avere fretta,
soprattutto se gli stai parlando
di lavoro. Sii sintetico, punta
al dunque anziché girarci
intorno a lungo. Con gli amici
puoi dilungarti di più, ma anche
loro vorranno ricevere
informazioni concrete su di te
anziché ciance vuote.
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Se ti chiedo «Ti piace Vasco
Rossi?», a meno che tu non sia
particolarmente loquace mi
risponderai con una delle tre
parole: «Sì», «No» o
«Abbastanza». Se invece ti
chiedo «Perché ti piace Vasco
Rossi?», articolerai una
risposta compiuta: «Mi piace
perché mi riconosco nelle storie
delle sue canzoni»; oppure «Mi
piace perché è il più grande
rocker italiano, e non ha nulla
da invidiare agli inglesi»;
oppure ancora «Mi piace perché è
un personaggio affascinante,
trasgressivo, ribelle, ma anche
tenero, commovente». Qualunque
sia la risposta, avrai
abbondante materiale per
continuare la conversazione.
Potrai chiedergli in quali
storie di Vasco si riconosce, o
a quali cantanti inglesi
somiglia, o perché gli suscita
tenerezza. Queste sono tutte
domande aperte: domande a cui si
risponde con frasi articolate.
Ricapitolando:
·
le domande chiuse sono quelle a
cui si risponde con poche parole.
Iniziano spesso con Chi? (Chi
sei?), Sei (Sei italiano?), Fai
(Fai ginnastica?), Quando
(Quando vai in ferie?), Quale
(Qual è la tua squadra di calcio
preferita?);
·
le domande aperte sono quelle a
cui si risponde con molte parole.
Iniziano spesso con Perché
(Perché ti piacciono i
Lunapop?), Come (Come fai i
tortellini?), Dimmi, spiegami,
raccontami… (Raccontami cos’è
successo l’altra sera).
Ci sono casi in cui le domande
chiuse sono preziose. Se voglio
ottenere un’informazione
sintetica e precisa, non chiedo
«Quali sono i partiti verso i
quali nutri una certa simpatia e
perché», ma chiedo «Per chi hai
votato?» Non chiedo «Verso quale
orario ci potremmo incontrare»,
ma chiedo “Ti va bene se ci
incontriamo alle sette?” Una
raffica di domande chiuse, però,
sfocia in una conversazione
noiosa, inframmezzata da silenzi
imbarazzati. Come in un
interrogatorio di polizia.
Altro consiglio:
quando
poni una domanda, ponila al
positivo. Non chiedere «Dottor
Bianchi, non vuole venire a
pranzo con me?»: così
formulata, Bianchi penserà a
tutti i motivi per cui non vuole
andare con te. Se invece gli
dici «Dottor Bianchi, vuole
venire a pranzo con me?» le
possibilità che accetti
saliranno. Secondo gli esperti,
anche del 20-25%.
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La mamma aveva doppiamente
ragione a dirti di stare
diritto: una postura eretta e
corretta serve stare meglio
fisicamente, ma anche per
trasmettere un’immagine di
persona forte, decisa.
Ecco come assumere una postura “da
vincitore”:
·
sta’ ben eretto, tirandoti su
più che puoi. Questo ti farà
anche guadagnare un paio di
centimetri, e nell’immaginario
collettivo le persone alte sono
le più forti. Non devi
sforzarti: devi soltanto
immaginare che un filo, piantato
sulla sommità della testa, ti
tiri su. La testa deve stare
in alto, come se galleggiasse
morbidamente in cima al collo;
·
per tirarsi su, molti commettono
l’errore di spingere le spalle
troppo indietro. Così,
chiudendole dietro la schiena,
ne riducono l’ampiezza (male,
perché le spalle larghe
richiamano l’idea di una persona
decisa, vittoriosa); e, peggio
ancora, spingono il collo in
avanti, come quello dei polli.
Invece non bisogna contrarre
le spalle: devono essere
rilassate, e alla loro massima
ampiezza. Noterai come
l’ampiezza si restringe sia che
le spingi indietro, sia che le
curvi in avanti: due posture
egualmente sbagliate.
·
Il baricentro del corpo, situato
sotto l’ombelico, deve essere
teso in avanti per farci
camminare in modo elastico,
sciolto e sicuro allo stesso
tempo. Molti camminano tenendo
il bacino indietro e alzando
meccanicamente le ginocchia,
come se fossero una parte
staccata del corpo. Sbagliato!
Lo slancio che ci fa muovere
deve venire dal bacino, e da lì
si propaga alle ginocchia.
Per aiutarci a camminare
correttamente, immaginiamo
che una grossa mano da dietro si
appoggi sul nostro sedere e ce
lo spinga in avanti.
Adottare questa postura ti serve
anche per non avere più mal di
schiena, e per respirare meglio.
Quando ti siedi, scegli una
sedia nella quale tu possa
comunicare bene con il
linguaggio del corpo; quindi non
una sedia scomoda, e tanto meno
una nella quale sprofondi. I
braccioli sono comodi, ma
possono ostacolarti i movimenti
delle braccia, che
accompagneranno il tuo discorso.
Evita, poi, di stare seduto se
il tuo interlocutore è in piedi.
Se lui risulterà più alto di te,
partirai in svantaggio. Per
questo è bene non restare seduti
quando l’altro è in piedi
accanto a noi: ti guarderebbe,
letteralmente, “dall’alto in
basso”.
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Esiste una formula del successo?
La domanda è meno ingenua di
quanto non sembri; perché ci
sono davvero delle tecniche che
aiutano ad ottenere ciò che si
vuole. Certo, richiedono
impegno: non esiste una ricetta
magica che in un batter d’occhio
ci scodelli il risultato
desiderato davanti ai piedi;
però esistono strategie che, se
seguite scrupolosamente, portano
buoni frutti. La migliore mi
sembra questa, che ho chiamato
“la formula Vita”: perché le
iniziali dei 4 passi della
tecnica formano la parola
“vita”, e perché serve davvero a
vivere una vita più
soddisfacente. |
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Eccola:
1.
Visione
– Per raggiungere il successo
devi innanzitutto avere una
visione chiara, precisa di ciò
che vuoi. Non puoi accontentarti
di pensare “Voglio conquistare
una posizione importante”; devi
invece capire che tipo di
posizione desideri, ad esempio
quella di amministratore
delegato. Più la visione è
definita, più sarà facile
conseguirla; come diceva Oscar
Wilde, “non si ha successo con
le idee confuse”.
2.
Importante
– Oltre che chiaro, dai contorni
netti, l’obiettivo dev’essere
importante, importantissimo da
raggiungere. Il suo
conseguimento deve starti a
cuore; dev’essere qualcosa per
cui sei disposto a saltare i
pasti, e se è necessario anche
le notti di sonno. Insomma, ti
deve motivare a mille. Aveva
ragione André Gide:
“L’entusiasmo è il carburante
che ci fa andare avanti”.
3.
Tattica
– Non basta sapere cosa vogliamo
ed essere motivati a
raggiungerlo; dobbiamo conoscere
la strada che porta
all’obiettivo. Dobbiamo, cioè,
elaborare una tattica precisa.
4.
Adattabile
– La tattica si deve adattare
alla situazione. È sbagliato
pensare che ci sia una sola
strada da seguire per diventare
amministratore delegato: se
quella strada presenta intoppi,
cosa fai, rinunci? Devi invece
saperti adattare ed essere
flessibile.
Per capire meglio cosa significa
avere una visione importante, e
conseguirla attraverso una
tattica adattabile, ecco la
storia di un immigrato
italo-americano:
1.
Visione
– Questo immigrato aveva una
visione chiara: voleva diventare
il protagonista del film di cui
aveva scritto la sceneggiatura.
2.
Importante
– Farcela voleva dire tutto per
lui; era la sua ragione di vita.
3.
Tattica
– La sua tattica era: spedire la
sceneggiatura ai produttori di
Hollywood, ottenere un
appuntamento dopo che l’avevano
letta, spiegare il progetto nei
dettagli e ottenere finalmente
il loro consenso.
4.
Adattabile
– Decine di produttori gli
sbatterono la porta in faccia.
Molti gli fecero capire che la
storia non interessava, e tutti
gli dissero che non avrebbero
mai accettato lui come
protagonista.
Ma l’immigrato non si arrese:
ritoccò qualche punto della
sceneggiatura, adattandola alle
esigenze dei produttori, e andò
avanti a bussare. Finché non
trovò chi lo rese una star.
Perché l’immigrato era Sylvester
Stallone, e il film Rocky. |
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Il mondo del lavoro è molto meno
razionale di quanto non sembri.
Alcuni selezionano i dipendenti
in base al segno astrologico: se
sei Scorpione ti assumo, se sei
Leone no. Altri lo fanno a
seconda della loro fisiognomica,
la scienza che mette il
carattere in correlazione con i
tratti somatici: fotografano il
candidato di fronte e di
profilo, a mo’ di arrestato,
“per avere una foto da
archiviare”; in realtà usano
l’immagine del volto per
calcolare la distanza tra gli |
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occhi, o la
curvatura del mento,
e giungere ad una |
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conclusione
psicologica: ha le labbra
strette, quindi sa tenere i
segreti; ha la fronte bassa,
significa che non riesce a
concentrarsi. E tutti, ma
proprio tutti, basano gran parte
del giudizio sulla prima
impressione: cioè sulla
sensazione epidermica,
immediata, che suscitiamo in
loro.
I primi 90 secondi di un
colloquio sono quelli che ne
determinano l’esito. Perché è in
questo breve spazio che l’altro
elabora un giudizio sul nostro
conto. Sarà affrettato,
superficiale, sbrigativo; ma è
quello che segnerà il nostro
rapporto con lui.
Non c’è da meravigliarsi:
infatti il nostro impatto
comunicativo è determinato per
il 55% dal linguaggio non
verbale, cioè del corpo; per il
38% dal linguaggio paraverbale,
cioè dal modo in cui pronuncio
le parole; e solo per il 7% dal
linguaggio verbale, cioè dalle
parole che utilizzo.
Esempio: se dico al mio
principale “Sono felice di
lavorare con lei”, ma lo dico
con un tono tale che sottende
tutt’altro – seccato, o
sarcastico, o annoiato –
naturalmente lui non ci crederà.
E se, perdipiù, glielo dico con
lo sguardo basso e corrucciato,
la bocca piegata ingiù in
un’espressione di disgusto, le
braccia conserte e i pugni
stretti, lui non potrà che
sentirsi preso in giro. E avrà
ragione, perché non sono stato
congruente: cioè non ho lanciato
lo stesso messaggio con le
parole e con il corpo. Ho badato
al contenuto, trascurando la
forma: ma abbiamo visto che
quanto dico è meno importante di
come lo dico.
Per fare buona impressione è
dunque indispensabile adottare
gesti di apertura, che denotano
disponibilità verso l’altro.
Ricorda: le posizioni di
chiusura corporea denotano
chiusura psicologica o timore,
mentre quelle di apertura
corporea indicano apertura
psicologica, cordialità,
sicurezza. Insomma, chi ti
accoglie con braccia e gambe
incrociate non è ben disposto
nei tuoi confronti come chi ti
accoglie a braccia aperte (in
senso sia fisico che
metaforico). Va però tenuto
presente che tutti i gesti vanno
valutati nel loro contesto.
Forse il principale che ti ha
accolto a braccia conserte non
intendeva manifestare ostilità
nei tuoi confronti, batteva i
denti dal freddo e stava
cercando di riscaldarsi. |
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Qual è la prima cosa che
facciamo quando incontriamo una
persona nuova? Sorridiamo,
pronunciamo il nostro nome e
tendiamo la mano per stringere
quella dell’altro. Questo è uno
dei pochi momenti in cui avviene
un contatto fisico, palmo contro
palmo: e la pelle trasmette
moltissimi segnali che indicano
disponibilità, ritrosia,
cordialità o aggressività.
Segnali di cui non ci rendiamo
conto razionalmente, ma che
percepiamo – è proprio il caso
di dirlo – a fior di pelle. |
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Stringersi la mano significa
voler fare amicizia,
collaborare. Ma non tutte le
strette di mano trasmettono lo
stesso messaggio.
·
La stretta dev’essere
sufficientemente energica
da far trasparire il nostro
piacere nell’incontro. Le
strette fiacche lasciano una
sensazione di disinteresse,
oppure di timidezza o di scarsa
grinta;
·
la stretta deve durare dai 3 ai
5 secondi.
Se è più breve denota un
frettoloso disinteresse, se è
più lunga può dare la sensazione
di essere esageratamente
cordiale e quindi un po’ falsa.
Esistono poi 3 diverse strette,
a seconda dell’inclinazione
della mano: la stretta dominante
(con il palmo all’ingiù), la
stretta sottomessa (con il palmo
all’insù) e la stretta
collaborativa (con il palmo di
taglio).
1. La stretta dominante.
La usano persone importanti, o
che si considerano tali; oppure
persone arroganti, che tendono
ad imporsi. Ma può anche essere
usata da chi assume un
atteggiamento paternalistico, di
protezione. Insomma, è la
stretta di chi si sente un
gradino sopra il suo
interlocutore e imita, nel suo
piccolo, il gesto del Papa, che
benedice i fedeli tenendo la
mano aperta e il palmo rivolto
verso il basso. Ma mentre il
Papa ci vuole proteggere, la
maggior parte di coloro che ci
stringono la mano in modo
autoritario vuole soltanto
dominarci, e inizia a
intimidirci proprio con la
stretta di mano.
Possiamo reagire in due modi: o
ruotando la mano, in modo da
essere noi ad avere la stretta
dominante o quella
collaborativa; oppure, per
evitare un imbarazzante braccio
di ferro possiamo posare il
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