Ad esempio:
- non guardiamo negli occhi, ma per lo più in basso (appunto perché i nostri occhi potrebbero far trasparire il disagio);
- compiamo qualche movimento nervoso, come tormentarci le mani, o i capelli, o grattarci il viso. Un gesto classico di chi sta mentendo è quello di passare la mano sul naso, o sulla bocca: è l’evoluzione, in età adulta, dell’atteggiamento del bimbo che dice le bugie coprendosi la bocca, come per non farle uscire;
- parliamo con un volume più basso del solito e scandendo le parole meno del solito, come se ci vergognassimo a pronunciarle. Mentendo è inoltre facile incespicare sulle parole, o cadere nel lapsus.
Gli individui particolarmente emotivi, quelli che sono “come un libro aperto”, possono anche sudare, arrossire, sbiancare o balbettare, soprattutto quando temono che la bugia venga scoperta. La macchina della verità funziona proprio in base a questo meccanismo: registra le variazioni di pulsazioni cardiache, di respiro e di calore della pelle di chi viene sottoposto alle domande-trabocchetto, nonché i micromovimenti del viso e del corpo che possono tradire il nervosismo. Alcune persone particolarmente abituate a mentire ci hanno fatto il callo al punto che riescono a raccontare menzogne clamorose restando impassibili, guardandoti negli occhi e con voce ferma; ma prima o poi anche il bugiardo più esperto si tradisce. Lo prova il fatto che perfino i più grandi attori, che per professione mentono davanti alla telecamera perché si calano in una parte non loro, devono spesso rifare una scena che non è stata abbastanza convincente. E se nemmeno Al Pacino riesce a fingere al primo colpo, figuriamoci l’uomo comune!