Prova, allora, a usare “e” al posto di “ma” e di “però”.
La “e” è come un mastice: è una congiunzione, a seconda dei casi, coordinativa o copulativa. Collega due soggetti, o addirittura li accoppia: insomma, li fa andare d’accordo.
Prendiamo il caso di prima. Dicendo «La tua idea mi piace, e…», l’altro non si sentirà criticato. Prenderà semplicemente atto che si può aggiungere qualcosa alla sua idea; ma l’idea, nessuno la mette in discussione.
Secondo consiglio: quando parli con qualcuno, chiamalo con il suo nome.
Per ogni essere umano, il suo nome (e cognome) è il suono più dolce e melodioso di qualunque lingua; di conseguenza gli fa un gran piacere che gli altri lo pronuncino. Difatti il nome è qualcosa di totalmente nostro, che ci appartiene sin dalla nascita; qualcosa, insomma, che ci identifica. E tutti preferiscono essere identificati e riconosciuti piuttosto che restare sconosciuti, persi nella massa dei nomi. Se qualcuno ci chiama per nome, vuol dire si è preso la briga di ricordarlo; vuol dire, cioè, che per lui contiamo.
Non è affatto la stessa cosa incontrare qualcuno e chiedergli «Ciao, come stai?», oppure domandargli «Ciao Luigi, come stai?» La prima domanda è anonima, va bene per chiunque incontriamo; la seconda, invece, è rivolta precisamente a quella persona e la fa sentire importante.
Guai, quindi, a sbagliare il nome di qualcuno. Io stesso ho guastato un rapporto con un’amica perché la chiamavo Ileana anziché Eleana. Roba da poco? Non per lei, che al mio ennesimo strafalcione ha gridato: mi chiamo Eleana, te lo vuoi ficcare in testa una buona volta? Io mi sono sentito mortificato e ho diradato gli incontri con lei; lei, a sua volta, è diventata sempre più fredda; e alla fine non ci siamo più visti.
Facciamoci ripetere il nome della persona appena incontrata; non dobbiamo avere paura di dire «Scusi, non ho capito bene il suo nome, me lo può ripetere?» La persona sarà contenta che ci interessiamo del suo nome, e se lo ripetiamo un po’ di volte mentre parliamo con lei alla fine ci entrerà in testa.